Il 31 maggio 2026 ha segnato una tappa fondamentale nella carriera e nella vita del Prefetto di Catanzaro Castrese De Rosa, giunto al traguardo della pensione. Prima di congedarsi dal suo incarico istituzionale e iniziare un nuovo capitolo, il Prefetto ha voluto compiere un gesto di profonda sensibilità etica e sociale, quello di rivolgere un personale ringraziamento ad alcuni cittadini e lavoratori che si sono particolarmente distinti nell’esercizio delle proprie mansioni. Tra le storie che emergono con maggiore forza spicca quella di un cittadino squillacese, Giovanni Gaetano Caccia, da tutti conosciuto come Nino. Nato nel 1956, Caccia ha prestato servizio con dedizione impeccabile presso l’Inps fino al 2017. La sua vita e il suo percorso professionale hanno subito una svolta complessa nel 2002, quando gli è stata diagnosticata la sclerosi multipla. Nonostante l’avanzare di una grave patologia invalidante, Nino Caccia non si è tirato indietro, continuando a svolgere i suoi compiti con una determinazione incrollabile. A coronamento di questo straordinario percorso, la pergamena consegnatagli dal Prefetto De Rosa, datata 28 maggio 2026, riporta parole di altissima stima e gratitudine: «Carissimo Signor Giovanni, desidero esprimerLe a nome della Prefettura di Catanzaro e mio personale, un sincero e sentito plauso per l’esempio di straordinaria dedizione al servizio, senso del dovere e profonda responsabilità civile che ha testimoniato nel corso della Sua attività lavorativa presso l’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale. La Sua vicenda professionale rappresenta una concreta espressione dei più alti valori del pubblico impiego. Nonostante le gravi difficoltà derivanti dalla malattia che l’ha colpita e il progressivo aggravarsi delle Sue condizioni fisiche, ha continuato a svolgere il proprio lavoro con encomiabile determinazione, affrontando sacrifici personali significativi pur di garantire il Suo contributo all’Amministrazione e alla collettività. La forza d’animo, la resilienza e il profondo attaccamento alle istituzioni dimostrati nel perseverare quotidianamente nell’adempimento dei Suoi compiti costituiscono un fulgido esempio di elevato valore umano, etico e professionale. Il Suo comportamento ha dato concreta testimonianza di come il lavoro possa essere vissuto non soltanto come dovere, ma come autentica missione al servizio del bene comune. Per tali motivi, desidero rivolgerLe il più vivo apprezzamento per la dignità, il coraggio e l’alto senso civico che hanno contraddistinto il Suo percorso professionale, rendendolo meritevole della stima e della riconoscenza delle istituzioni e della comunità». Il gesto del Prefetto De Rosa assume un significato che supera di gran lunga la semplice formalità burocratica. Ricevere un encomio da parte della massima autorità di governo sul territorio rappresenta per il lavoratore e per la sua famiglia un momento di altissimo valore risarcitorio dal punto di vista morale e umano. In una società spesso incline a valutare le persone esclusivamente in base al rendimento o alla produttività economica, il riconoscimento ufficiale dell’istituzione accende i riflettori su aspetti ben più profondi, cioè la dignità del lavoro, la resilienza di fronte alla sofferenza e il rispetto per la persona. Per un lavoratore colpito da una grave patologia, il quotidiano recarsi al posto di lavoro cessa di essere una routine e diventa un vero e proprio atto di coraggio e di resistenza contro la malattia. Che uno Stato, attraverso il suo Prefetto, sappia fermarsi a dire “grazie” a un cittadino per i sacrifici compiuti al servizio della collettività restituisce al pubblico impiego la sua anima più nobile. Questo encomio dimostra come il lavoro, vissuto come missione e con profondo senso civico, sia in grado di abbattere le barriere della disabilità, trasformando una sofferenza personale in un patrimonio di valore etico a beneficio dell’intera comunità. La storia di Nino Caccia rimane così un modello di dignità e coraggio, consegnato alla memoria collettiva con la stima e la riconoscenza che solo un grande esempio umano merita.
Carmela Commodaro

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