C’è un filo sottile che unisce la strada alla canzone, la voce al passo, il racconto al bisogno profondo di essere ascoltati. Su quel filo, in equilibrio costante tra fragilità e libertà, cammina Samuele Leto, il Menestrello di Strada, protagonista della 33ª puntata di Interviste SottoTraccia di Davide Mercurio, del Collettivo OndaRock. Un cantautore che non ha semplicemente scelto la strada come luogo dove suonare, ma l’ha trasformata in una vera identità artistica e umana. La scintilla tra Davide e Samuele scocca quasi per caso, durante un concerto intimo sui Monti della Sila di Francesco “Maestro” Pellegrini degli Zen Circus. In quell’occasione il Menestrello apre il live del Maestro, portando con sé un assaggio del suo cantautorato errante: chitarra, voce e parole che sembrano nate per stare tra la gente più che sotto i riflettori. La strada, racconta Samuele, non è stata una scelta immediata. È una consapevolezza maturata lentamente, come un seme che germoglia solo quando trova il suo terreno. Da adolescente, con i capelli lunghi e il sogno di diventare Kurt Cobain, i locali non offrivano spazio a chi muoveva i primi passi. Così arrivò un amplificatore a batteria e la decisione di portare la musica direttamente tra i passanti. «La strada è stata il mio utero», dice, ricordando quel momento come l’inizio di un percorso che avrebbe definito per sempre il suo modo di vivere la musica. Suonare in strada significa esporsi senza filtri. Nessuno è lì per te: la gente passa, si ferma, ascolta, oppure tira dritto. È proprio in questa imprevedibilità che nasce la magia. Cantare senza pretendere attenzione diventa per Samuele una forma altissima di libertà artistica. Ogni piazza è una sfida, ogni sguardo un possibile inizio. Gli incontri casuali diventano spesso scintille creative. I bambini, soprattutto, lasciano un segno profondo: nei loro occhi Samuele ritrova la meraviglia che cerca di trasmettere con le sue canzoni. Non è un caso che molte sue composizioni nascano proprio da quei momenti inattesi, da un sorriso improvviso o da una domanda ingenua. Per Samuele la strada è una scuola severa ma generosa. Non è un caso, ricorda, che molti artisti abbiano attraversato esperienze simili. Tra questi cita Edoardo Bennato, che dopo il rifiuto del suo primo disco portò la sua musica per le strade d’Inghilterra. Quel contatto diretto con la gente, secondo il Menestrello, ha contribuito alla forza narrativa delle sue canzoni. Oggi, però, lo spazio per percorsi alternativi sembra ridursi.

Nel panorama indipendente italiano la musica di strada riceve meno attenzione rispetto al passato. Forse per paura del giudizio, forse per una cultura artistica cambiata. Eppure è proprio lì, nei luoghi meno patinati e più imprevedibili, che Samuele continua a cercare le storie più vere. La differenza tra la strada e il palco è netta. Sul palco il pubblico è già lì, pronto ad ascoltare. In strada, invece, bisogna conquistarlo. È il mondo del busking, dove ogni moneta nella custodia della chitarra è il segno tangibile di un ascolto guadagnato. «In strada bisogna buscarsi la spesa», dice sorridendo. Una fatica che rende le canzoni più autentiche, più vissute. La musica di strada non chiede permesso: accade. È un gesto antico che continua a vivere nel cantautorato errante di Samuele Leto, un modo per restare fedeli a ciò che conta davvero: dire qualcosa di vero, senza filtri. Finché esisterà una strada e qualcuno disposto a raccontarla con una chitarra, il cantautorato avrà un senso profondo. Tra i passi dei passanti e il suono di una voce che resiste, il Menestrello continuerà a fare ciò che fa da sempre: cantare per restare umano.
Carmela Commodaro

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