In una Calabria lontana dai riflettori del mainstream e dalle narrazioni patinate, il Metal non ha mai rappresentato un semplice ascolto distratto. Al contrario, è un atto di resistenza, un rito collettivo che trasforma il rumore in comunità. Da questa urgenza vitale, tra il 2007 e il 2008, è nato il Calabrian Metal Inferno, uno spazio autentico costruito dal basso per dare voce all’underground più intransigente. La ventiseiesima intervista di Davide Mercurio, del Collettivo OndaRock, verte proprio su questo. Oggi, giunto alla sua diciassettesima edizione, il festival è il pilastro della scena estrema del Sud Italia. La sua storia è indissolubilmente legata a quella di Gianluca Molè, ideatore e direttore artistico, che insieme agli amici Tato e Marco (membri dei Bretus) decise di incanalare il fermento di quegli anni in un progetto solido. In un’epoca in cui la regione pullulava di band e piccoli locali, il Calabrian Metal Inferno ha raccolto il testimone di esperienze pionieristiche come i Metal Fest di Cirò Marina e Parghelia, puntando tutto sulla continuità e sull’autonomia totale. Il segreto della longevità del festival risiede in una filosofia chiara: nessuna scorciatoia e nessuna ambizione di diventare un grande evento commerciale. La selezione delle band segue criteri di affinità musicale e solidità del progetto, cercando una varietà estrema che resti però fedele ai confini del Metal più duro. Organizzare un evento autogestito in Calabria significa, però, affrontare sfide logistiche non indifferenti, e cioè budget limitati, con il desiderio di mantenere il prezzo del biglietto accessibile è prioritario; isolamento geografico, perché portare band dal Nord Italia o dall’estero comporta costi di trasferta spesso proibitivi, specialmente durante i periodi festivi; equilibrio, in quanto ogni cartellone è un delicato compromesso tra il sogno artistico e la realtà economica. Per Molè e il suo team, il festival non è solo un concerto, ma un tempo sospeso. È una festa intesa come rito, dove il rapporto con il territorio diventa fondamentale per creare nuove relazioni e rafforzare quelle esistenti. È un’esperienza di crescita collettiva che ha visto passare sul palco nomi leggendari come Necromass, Stormlord, Cadaveria, Funeral Oration ed Electrocution, molti dei quali ospitati nella cornice storica dell’Hemingway Club. Non esistono strategie di marketing a lungo termine per il Calabrian Metal Inferno. Il festival vive di anno in anno, alimentato dall’istinto e dal supporto di realtà come quella di Domenico Iofalo (proprietario dell’Hemingway Club) e di chiunque sia ancora disposto a “mettere su la baracca” con sincerità. In un Sud Italia complesso, questo festival dimostra che la musica può ancora essere identità e cultura. Finché ci saranno ragazzi con qualcosa da urlare, il metal continuerà a bruciare. Perché, come insegna la storia di questa kermesse, in fondo è solo il metallo ciò che luccica davvero.
Carmela Commodaro

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